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giovedì 14 aprile 2011

EULALIA TORRICELLI DI FORLI'

Ricordate questa canzone?
Mi è tornata in mente di recente, quando sono andata a Forlì per la mostra su Melozzo...e devo dire che ho scoperto il testo per intero e la storia della simpatica arietta...leggete sotto...e ne scoprirete anche voi delle belle!!!! Ma chi era Eulalia Torricelli? Ma quale la sua storia incredibile?  Noi canticchiamo, forse, senza sapere i retroscena....leggete...leggete...

TESTO
Eulalia Torricelli  di Forlì  (di Nisa - D.Olivieri - P.Redi)  Anno: 1947

I personaggi di questa canzone
ve li hanno inventati gli autor.
Se c'è attinenza con delle persone,
scusate gentili signor.
Qui si parla di una tale
che baciar una sera si fe'
da una guardia forestale
il cui nome è De Rossi Giosuè.
Voi non la conoscete,
ha gli occhi belli. Chi?
Eulalia Torricelli di Forlì.
Voi non la conoscete,
ha tre castelli. Chi?
Eulalia Torricelli di Forlì.
Un castello per mangiare,
un castello per dormire,
un castello per amare,
per amare De Rossi Giosuè.
Voi non la conoscete,
ha gli occhi belli. Chi?
Eulalia Torricelli di Forlì.
Seconda parte, secondo programma.
Eulalia riposo non ha.
Dice a De Rossi: "Parliamone a mamma."
Ma l'altro risponde:"Va là!"
Poi la cosa si ingarbuglia
si ingarbuglia e sapete perchè?
Con il treno che va in Puglia
è partito De Rossi Giosuè.
Vuole morire Eulalia Torricelli. Uè!
E mangia i zolfanelli di Giosuè.
Fa testamento e lascia i tre castelli. A chi?
A chi non ha castelli come me!
Un castello lo dà a Nisa.
Un castello lo dà a Redi.
Un castello, ma il più bello,
al maestro Olivieri lo dà.
Poi dolcemente chiude
gli occhi belli. Chi? Eulalia Torricelli di Forlì.



Una canzone popolare nata negli anni '40 dalla irresistibile e contagiosa orecchiabilità che pur essendo un'assoluta banalità (per non dire una stupidaggine) ancora oggi a distanza di 60 anni è canticchiata da molti. Vediamo  l'incredibile  storia e il testo.  Interpreti: Gigi Beccaria.  Altri interpreti: Corrado Lojacono - Marisa Fiordaliso & Enrico Gentile - Quartetto Cetra - Luciano Tajoli - Gabriella Ferri. 
Sull'ondata del disimpegno e della voglia di tornare a vivere, nel dopoguerra nasce questo valzer allegro e popolaresco, caratterizzato da un testo quasi metafisico nella sua demenzialità. Il torinese Gigi Beccaria lancia "Eulalia Torricelli" poco prima del suo addio alle scene (aprirà un'azienda di prodotti di bellezza) e la canzone avrà un successo talmente enorme da essere ricordata ancora oggi, dopo più di cinquant'anni.
La bella Eulalia, proprietaria di tre castelli a Forlì, viene abbandonata da Giosuè, guardia forestale, e si suicida con gli zolfanelli del promesso sposo lasciando in eredità i tre castelli agli autori del brano, che vengono citati per nome nel finale. Il Quartetto Cetra, in uno dei primi spettacoli musicali della neonata RAI-TV, darà di "Eulalia Torricelli " un'interpretazione ironica mettendola in scena come una vera e propria operetta, dando il via ad una
tradizione che culminerà qualche anno più tardi nelle parodie della "Biblioteca di Studio Uno". Gabriella Ferri invece la presenterà nel 1973 in un suo show televisivo, vestita da malinconico clown, trasformando il brano in un fox-trot lento e accentuandone le coloriture drammatiche. 


Nome Eulalia - sesso femminile - origine greca - significato Ben parlante - diffusione bassa -  onomastico 12 febbraio


CLICCA IL LINK PER ASCOLTARE LA CANZONE

martedì 12 aprile 2011

MELOZZO DA FORLI'





Di recente ho visitato la mostra su Melozzo da Forlì nei Musei San Domenico della città di Forlì. Bellissima!!!

Ecco alcuni dei suoi Angeli Musicanti




Melozzo da Forlì: l’angelo razionalista del Rinascimento
FORLI’  -  MUSEI SAN DOMENICO

«Trovatori del cielo» li aveva definiti Adolfo Venturi nel 1913 nella Storia dell’arte italiana. E loro, angeli musicanti con cimbali, tamburi, liuti, mandolini, continuano a volare spensierati nell’azzurro, con riccioli d’oro e volti birichini. Raccontano come fosse bravo Melozzo da Forlì, al secolo Melozzo di Giuliano degli Ambrosi, pittore e architetto vissuto dal 1438 al 1494, e come avesse ben capito la lezione di Piero della Francesca, umanizzandola. Li aveva dipinti a Roma nel 1480 nell’abside della chiesa dei Santi Apostoli in un grande affresco con l’Ascensione di Cristo, una sarabanda di scorci spericolati, di salti nel vuoto, di acrobazie celesti. Ridotti in quattordici frammenti nel 1711 sono sopravvissuti insieme agli Apostoli, tutti conservati nella Pinacoteca Vaticana, mentre il Cristo è nel Palazzo del Quirinale.

mercoledì 30 marzo 2011

OPERETTA, CHE PASSIONE!!!

Il giorno mercoledì 27 Aprile alle ore 16
presso il Liceo "Mazzatinti" di Gubbio

Ascolto delle arie più significative di due operette 
a cura di Luciana B.

L'ACQUA CHETA    di Giuseppe Pietri

IL PAESE DEI CAMPANELLI    di Carlo Lombardo e Virgilio Ranzato




L’ ACQUA CHETA  -  1920

Operetta tratta dalla commedia di Augusto Novelli (Firenze, 1867Carmignano 1927)
Musiche di Giuseppe Pietri (Sant'Ilario di Campo nell'Elba, 1886Milano, 1946)


"L'acqua Cheta", operetta di Augusto Novelli e Giuseppe Pietri, rappresentata per la prima volta al Teatro Nazionale di Roma il 27 Novembre 1920, è uno dei titoli di operetta più noti in Italia. E’ spettacolo molto vicino alla commedia musicale, con temi noti al grande pubblico (si ricordi "Com'è bello guidare i cavalli").
Un po' operetta, un po' commedia musicale, insomma un "nuovo musical italiano". Questo lavoro vive oggi di una "modernità" sorprendente per quella sua attualissima capacità di raccontare in musica non tanto di principi e principesse (come vuole e fa l'operetta diciamo tradizionale), ma una storia che ha assoluta corrispondenza con la vita, con le vicende di tutti i giorni, con le novità che esprimono i mutamenti del tempo e che forniscono gli argomenti di discussione più frequenti ed accendono le fantasie della gente.
Uno spettacolo dunque che rappresenta un fatto di costume ed un elemento di riflessione sui problemi dell'epoca (siamo negli anni '20) e, a distanza di tempo, ci consente di registrare come spesso gli argomenti di discussione, mantengono intatta la loro attualità.
E' spettacolo in cui i momenti corali sono di forte impatto spettacolare e visivo, sui quali spicca in particolare la Festa di Paese della "Rificolona".
Insieme a Scugnizza, è anch'essa operetta in cui la Compagnia si misura con la lingua locale, il toscano, in modo simpatico e accattivante, con una drammaturgia efficace e originale, con momenti di grande divertimento, legati ai personaggi più comici, alternati a momenti di grande potenza ed espressività musicale. Da sottolineare il pregio della scrittura musicale e dell'orchestrazione di Giuseppe Pietri, che fanno di questa operetta un piccolo gioiello.

Argomento

Tratta da una commedia di Augusto Novelli, si svolge a Firenze, dove il vetturino Ulisse vive con la moglie Rosa e due figlie, Ida e Anita; la prima (l'acqua cheta) sembra la più seria e virtuosa, mentre la seconda non nasconde il suo amore per il falegname Cecco. Giunge alla casa un certo Alfredo, che si presenta come giornalista, per affittare una stanza da mamma Rosa; nessuno sa che in realtà è l'amante segreto di Ida. Ida e Alfredo, sulla base di un piano già stabilito, fuggono di nascosto durante la notte. Solo grazie all'aiuto del buffo aiutante di casa Stinchi e del falegname Cecco i due furtivi innamorati saranno riportati a casa, ottenendo il perdono dei genitori di Ida. Ida potrà così sposare il suo Alfredo e Anita convolare a giuste nozze con il meritevole Cecco.



IL PAESE DEI CAMPANELLI   -   1923

Operetta di Carlo Lombardo (Napoli 1869Milano 1959)
e Virgilio Ranzato (Venezia 1882Como 1937)

“Luna tu non sai dirmi perché? Luna tu non sai dirmi cos’è?”.
Così si canta ne Il Paese dei Campanelli.
Questa operetta andò in scena il 23 novembre del 1923 al Teatro Lirico di Milano. Già il giorno dopo la prima rappresentazione, mezza città fischiettava i motivi più indovinati. Ancora oggi sono in tanti a conoscere, e magari fischiettare, l’arcifamoso “Fox della Luna”, motivo che, come l’intera operetta, gode di una lunga giovinezza.
Il Paese dei Campanelli è veramente un’operetta “senza tempo”, sia per la sua ambientazione, in un’Olanda da favola, sia per il consenso che continua a guadagnare. Lo sfarzo della messa in scena e la gustosità comica della vicenda fanno a gara con la bellezza dello spartito che unisce graziosi duetti (Balla la giava, Fox della luna) e brani lirici squisiti (Il duetto del ricamo, Io vorrei che il mio sogno divin) presentando finezze ed intuizioni melodiche notevoli, con tratti di simpatica sentimentalità.
Argomento
In una immaginaria isoletta olandese esiste Il Paese dei Campanelli dove sopra ad ogni casa c’è un piccolo campanile che custodisce un campanello.
Secondo la leggenda, questi campanelli suonano ogni volta che una donna tradisce il marito : ma ciò non è mai accaduto, perché nel paese regna da tempo la tranquillità.
A seminare il disordine arriva una nave di militari, costretta all’attracco da un’avaria. I marinai scendono a terra e subito cominciano a corteggiare le graziose donne del paese e, com’è facile prevedere, accade l’inevitabile : il comandante Hans fa suonare i campanelli con Nela, moglie di Basilio, il marinaio Tom con la bella Bombon, consorte di Tarquinio ed il buffo La Gaffe, per un imperdonabile errore, con Pomerania, la donna più brutta del paese, sposa del borgomastro Attanasio.
Ma La Gaffe, il cui nome dice tutto sulle sue caratteristiche, continua a fare “gaffes” : la prima è quella di rivelare a Nela che Hans è già sposato; la seconda, e decisiva, è di far arrivare in paese, per un malaccorto scambio di telegrammi, tutte le mogli dei marinai, a cominciare da Ethel, la signora del comandante. E la storia si ripete, ma questa volta a far suonare i campanelli sono le mogli dei cadetti con i pescatori Attanasio, Basilio e Tarquinio. Dopo questa specie di pareggio, i marinai ripartono con le loro mogli e Bombon, una donna con un “passato”, non se la prende tanto. Sa bene, infatti, che non bisogna cedere all’amore dei marinai... magari le resterà solo il ricordo di una vorticosa “giava” ballata con La Gaffe mentre a Pomerania resterà il ricordo di essere “piaciuta”. La più disperata è Nela ma ben presto tornerà a sperare. Tutto come prima, dunque, ma c’è da giurare che i campanelli non suoneranno più ?


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domenica 20 marzo 2011

I CANTI DELLE PIE DONNE NELLA PROCESSIONE DEL VENERDI' SANTO A GUBBIO

Per il secondo anno a concludere la Processione del Cristo Morto la sera del Venerdì santo ci sarà il CORO DELLE PIE DONNE che eseguirà i canti tradizionali delle donne eugubine.

Per chi si vuole aggiungere al coro, gli appuntamenti per le prove sono il lunedì e il giovedì alle ore 21 presso la sede di San Filippo, con la direzione del Maestro Renzo Menichetti.
STABAT MATER
Stava Maria dolente
senza respiro e voce
mentre pendeva in croce
del mondo il Redentor

E nel fatale istante
crudo e materno affetto
le trafiggeva il petto
le lacerava il cor.

Si può mirare intante
che n'è d'una madre e un figlio
e non bagnare il ciglio
e non sentir pietà?

Teco alla croce accanto
star, cara madre, voglio
compagna del cordoglio
che ti divora il sen.


VECCHIO CANTO EUGUBINO DELLA PASSIONE

Piangete in questo dì
mesti, mesti viventi.
Morto è quel Gesù
che v'ha redenti.

La colpa muoia pur
muoia, muoia il peccato.
Che il dolce Redentor
ha sì trattato.

Il sangue di Gesù
sparso, sparso per noi.
Deh! Piangi o peccator
i falli tuoi.

Amore del mio Gesù
mio dolce, mio dolce bene.
Deh! Volle per noi morir
fra tante pene.

Il dolce Redentor
dopo, dopo la morte.
A noi del cielo aprì
le chiuse porte.


SPARVE O MADRE

Sparve Madre ogni conforto
ogni bene ogni letizia
ti travolse la mestizia
come un mare nel tuo cuor.

E mirasti il dolce Figlio
su la Croce aprir le braccia
reclinando la sua faccia
nel supremo dei dolor.

Ti premesti esangue al seno
del gran Martire la salma
e dei martiri la palma
coronò la tua pietà.

Nel martirio dell'amore
abbracciando il tuo diletto
accogliesti nel tuo petto
la redenta umanità.


giovedì 17 marzo 2011

150° ANNIVERSARIO DELL'UNITA' D'ITALIA

C'ero anche io sui banchi di scuola in quel lontano 1961 e  ho imparato a memoria la poesia della "Spigolatrice di Sapri" per celebrare la ricorrenza.......con quanta coscienza del fatto non so dire, ma certo con estrema docilità, come tutti i miei compagni di classe....!!


In un volumetto consegnato per incarico dell'allora Ministro della Pubblica Istruzione agli studenti nella ricorrenza del primo Centenario dell'Unità d'Italia, anno 1961, si legge questo canto, "LA SPIGOLATRICE DI SAPRI", ispirato all'eroica impresa di Carlo Pisacane, uomo vicino a Giuseppe Mazzini il quale era dell'idea che fosse necessario promuovere l'insurrezione, per liberarsi dagli oppressori, anzichè aspettare la libertà come dono concesso dai sovrani.
Con un piccolo gruppo di compagni, Carlo Pisacane sbarcò nel 1857 a Sapri animato dalla speranza di riuscire a sollevare la popolazione. Accolto dai gendarmi, cadde combattendo con molti dei suoi.


 LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
di Luigi Mercantini

 Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!

     Me ne andava al mattino a spigolare
Quando ho visto una barca in mezzo al mare:
5Era una barca che andava a vapore,
E issava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
È stata un poco, e poi s’è ritornata;
S’è ritornata, e qui è venuta a terra;
10Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.

     Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!

     Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
Ma s’inchinaron per baciar la terra:
15Ad uno ad uno li guardai nel viso;
Tutti aveano una lagrima ed un sorriso:
Li disser ladri usciti dalle tane,
Ma non portaron via nemmeno un pane;
E li sentii mandare un solo grido:
20— Siam venuti a morir pel nostro lido!—

     Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!

     Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
Un giovin camminava innanzi a loro;
25Mi feci ardita, e presol per la mano,
Gli chiesi: —Dove vai, bel capitano?
Guardommi, e mi rispose: —O mia sorella,
Vado a morir per la mia Patria bella!—
Io mi sentii tremare tutto il core,
30Nè potei dirgli: —V’aiuti il Signore!—

     Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!

     Quel giorno mi scordai di spigolare,
E dietro a loro mi misi ad andare:
35Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi:
Ma quando fûr della Certosa ai muri,
S’udirono a suonar trombe e tamburi;
E tra il fumo e gli spari e le scintille
40Piombaron loro addosso più di mille.

     Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!

     Eran trecento, e non voller fuggire;
Parean tremila e vollero morire:
45Ma vollero morir col ferro in mano,
E innanzi ad essi correa sangue il piano.
Finchè pugnar vid’io, per lor pregai;
Ma un tratto venni men, né più guardai...
Io non vedeva più fra mezzo a loro
50Quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro!...

     Eran trecento: eran giovani e forti:
          E son morti!


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